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CINEMA PERMANENTE
Mark Lewis
Firenze – Museo Marino Marini
I dieci corti sono proiettati nella cripta del museo.Non è un caso che il percorso cominci proprio scendendo le scale con The Pitch del 1998 : qui Mark Lewis legge una sorta di testo programmatico mentre intorno a lui persone passano,qualcuno si ferma qualcuno guarda qualcuno prosegue per i fatti suoi.Potrebbero trovarsi in una stazione o all’entrata di un centro commerciale,una location vale l’altra.Il focus è concentrato sull’artista che parla della gente,”people” nella sua accezione più quotidiana come comunità sensibile che ti passa accanto da osservare nella ricchezza dei suoi gesti.Lewis rivolge occhiate veloci in alto alla camera fissa mentre ci racconta di come filmerebbe quella gente,di quanto lo coinvolga emotivamente e visivamente.Queste parole continuano a echeggiare giù dabbasso e saranno l’unico accompagnamento sonoro nel proseguimento della mostra – ‘antologia’ della produzione che va dal 1998 al 2008.
Caratteri irrinunciabili delle opere di Mark Lewis sono la totale assenza del sonoro,la durata che non supera mai i cinque minuti,la strutturazione e funzionalità.Manca una trama qualsivoglia e la composizione si gioca tutta su piani sequenza girati in successione,dunque senza montaggio di nessun tipo.In Downtown tilt,zoom and pan (2005) la prima inquadratura raffigura un lembo di pozzanghera con rifiuti abbandonati.Poi il campo si allarga fino a comprendere l’intero panorama di aggregati periferici.Ciminiere,un treno che passa,un’auto parcheggiata con uomo immobile,sterpaglie,fabbriche.L’immagine che abbiamo davanti è fissa con un movimento interno appena percettibile,l’immagine diventa una scioccante natura morta post moderna.Con Children’s games,heygate estate (2002) Lewis ci trasporta lungo un percorso pedonale all’interno di un villaggio residenziale,incrociando o sfiorando ragazzetti intenti nei loro giochi per lo più sportivi. Qui le immagini semplicemente si lasciano scorrere,non ci sono stacchi ne’ momenti più importanti di altri.
Accade poco o niente in queste opere,se ci si aspetta lo sviluppo di una storia.Eppure guardiamo e riguardiamo semplicemente catturati dall’immagine pura colta nel suo manifestarsi.Ciò che conta alla fine è lo sguardo,l’abitudine e l’educazione allo sguardo. Quale termine sarà il più appropriato per definire questi lavori : videoarte,cortometraggi o quadri? Di fronte ad alcuni ci si sente proprio come davanti a un quadro,o per meglio capire diciamo che l’artista sembra spingersi su quel terreno dove il confine fra cinema e pittura salta.quel punto in cui le due arti si incontrano e combaciano.
Marc Chagall e il Mediterraneo
Pisa,Palazzo Blu
Olio,sculture,ceramiche,litografie
Le tele che qui vediamo sono scandite da piccioni,rane,volpi,cicogne,pesci,sirene,fidanzati e fiori,orologi che volano,mucche,galli,cavalli,clowns,arlecchini,violinisti sul tetto.E poi blu,giallo,rosso,verde concreti e matrici che riempiono tutte le figure,quelle care figure “trattate in quanto forme – forme sonore,come i suoni- forme ardenti.”
Moshe Segall,aka Marc Chagall,scopre il Mediterraneo e i suoi materiali visivi nei primi anni ’20 viaggiando nel sud della Francia.Quei paesaggi lo commuoveranno e ispireranno per molti anni a seguire.Volta per volta i colori della Provenza,il mito della Grecia, la spiritualità della Terra Santa rappresentano l’ispirazione irrinunciabile come pure i capillari sottopelle che collegano le altre città dell’artista in Europa e altrove.Tramite il Mediterraneo,dunque, il suo immaginario si alimenta di nuove vedute e di nuove visioni : quei temi indelebili già della Russia bianca da cui è partito scivolano adesso in una luminosità nuova e si arricchiscono di stupore e vitalità.Azzurro,azzurro,soleggiato contrasto di profili.E’ fascinazione allo stato puro,amorevole e predestinata corrispondenza come segno tangibile di un intero percorso.E come tutte le vere fascinazioni non ha paura di avventurarsi,perché sente che comunque non ha niente da perdere.
“Forse la mia è un’arte insensata,un mercurio cangiante,un’anima azzurra che precipita sopra i miei quadri.Tutti i problemi – volume,prospettiva,Cézanne,la scultura africana- sono al nuovo sul tappeto.Dove andiamo?Cosa è mai quest’epoca che divinizza il formalismo?Sia benvenuta la nostra follia! Non chiamatemi lunatico! Al contrario,sono realista.Amo la terra.”
Marc Chagall è e rimane l’eterno vagabondo in spazi fantastici,nella ri-lettura onirica di fatti e situazioni.Gli elementi sulla tela si dispongono e si armonizzano senza seguire scansioni logico-temporali,pur conservando un loro significato preciso e circostanziato.Non è mai una storia a essere raccontata quanto la sua visione.Più frammenti di sogno per racchiudere un sentimento e urlarlo forte.E proprio da qui che nasce la fascinazione in noi ‘visitatori’ dei suoi quadri,come se Chagall potesse prenderci per mano e farci attraversare quel blu oltremare o farci incontrare da vicino le sue figure floating in the space.Non sono da meno le opere degli ultimi anni,vale a dire quei collages e tecniche miste composte a Saint Paul de Vence – suo definitivo approdo esistenziale e geografico.Il filo rosso che collega tutta la sua produzione sono i fiori.Mazzi di fiori galleggianti,’battaglie di fiori’,fiori abbozzati,fiori predominanti sugli altri elementi,fiori nei vasi,fiori da dipingere nello studio lasciato in bianco e nero….
“ si può riflettere e pensare a lungo sul senso dei fiori,ma per me sono la Vita stessa nella sua smagliante felicità.non è possibile fare a meno dei fiori.I fiori possono fare dimenticare un momento drammatico,ma possono anche rievocarlo.”
WE DON’T CARE ABOUT MUSIC ANYWAY…….
Con Yoshihide Otomo,Hiromici Sakamoto,Fuyuki Yamakawa,Ken Takehisa,Tomolo Shimazaki
Francia 2009,Digibeta,80’
Incontro Cédric Dupire fuori dal cinema Odeon durante l’ultima edizione del Festival dei popoli.Cominciamo a parlare del suo lungometraggio (co-diretto con Gaspar Kuentz) nella sezione “stile libero” : il bellissimo We don’t care about music anyway… che esplora l’universo della noise music attraverso interviste a musicisti giapponesi (Yoshihide Otomo,qui presenza magistrale) e immagini dalla Tokyo odierna.
Gli spiego subito quanto, per una come me che non frequenta tali territori sonori, la sua pellicola sia stata lo straordinario vettore per comprendere origine e implicazioni di quelle dissonanze.I musicisti in realtà non raccontano un assunto o un’idea portante,ma semplicemente dicono come e perché sono arrivati a determinate soluzioni – scordatura di accordi, violoncello ‘maltrattato’ su infissi e pavimento,samples straziati e decostruiti.A questo intrecciano,come influenza e ispirazione,ricordi di infanzia o rimandi al conformismo della società giapponese. Le parole vengono alternate con vedute di una Tokyo apocalittica anche nella sua quotidianità più banale,tanto da completare il quadro d’insieme di una ricerca che affonda continuamente le sue radici in quei paesaggi,in quelle architetture.
Il contesto è estremamente significativo,imprescindibile sia come matrice sia come eventuale contrappunto (come la performance sulla spiaggia) : lo descrivono bene anche le scene in bianco e nero con i musicisti intorno a un tavolo che confrontano progetti e i live anch’essi documentati nel film. La colonna sonora è letteralmente sparata a volume altissimo proprio per non perdere il fastidio che il noise trasmette e il dolby surround è un must per la proiezione.Così più che un film sulla musica,We don’t care about music anyway…. è un film sul suono e la sua percezione.
Cédric mi dice che queste non sono neanche le sue sonorità,lui che ascolta free jazz e che ha alle spalle documentari su musiche popolari indiane e africane. Eppure è rimasto attratto e coinvolto dalla scena noise di Tokyo fino a realizzare il lungometraggio – e qui ricorda come location e cultura del Giappone abbiano come calamitato più di un occidentale,l’accenno a Zorn è doveroso.Per me rimane interessante come vari registi francesi documentino percorsi musicali che non appartengono al loro contesto d’origine.Immancabile il collegamento a La corde perdue di Anais Prosaic sulla musica di Marc Ribot,sul suo modo di sentire e di vedere.Allora dalle scenografie post-industriali e mai glamour di Tokyo noise,passiamo a parlare di altri territori musicali.Altre tracce sonore che tout court hanno il compito di narrare i luoghi della contemporaneità. We care about a certain music,anyway….
ALL TOMORROW’S PARTIES!!!
Di Jonathan Caouette
Gran Bretagna,2009,Digibeta,82’
Dal 1999 nei campi di villeggiatura britannici a Camber Sands e a Minehead si svolge ogni anno un festival di post-rock,avant-garde e underground-hip hop.Prende il nome dalla celeberrima canzone dei Velvet Underground e richiama il popolo della musica altra,quella che si muove sul tracciato della sperimentazione e del lo-fi.Come vuole lo spirito stesso di questa scena,non c’è nessun comitato organizzatore ma la line up viene decisa unicamente dagli artisti che ad ogni edizione ne sono i curatori.Pensate ai Portishead o a Belle and Sebastian o a Thurston Moore e potete immaginare subito alla scaletta delle band che si alternano sul palco e in altri spazi dintorno.Esce quest’anno l’omonimo All tomorrow’s parties ,che del festival musicale è un imperdibile quanto appassionato documento.Usciti dal cinema sarà difficile fermare certi fotogrammi a scorrerci ancora davanti agli occhi o molti riff che li hanno animati.
Jonathan Caouette ha realizzato questo lungometraggio raccogliendo e montando riprese compiute in super8,con quelle da videocamere e telefonini : l’eterogeneità delle immagini finisce per consegnarci tutta l’anima del genere musicale nelle sue impurità alla fine eccellenti.Il montaggio finale,fatto di passaggi velocissimi e dissonanti con la complicità dello split screen,non concede giustamente respiro e completa il film descrizione-testimonianza.Sì perché All tomorrow’s parties racconta di un vero e autentico raduno musicale dove le locations per suonare nascono e si moltiplicano,transitando dal palco ufficiale per arrivare negli alloggi e nei cortili davanti a essi.Si sprecano i concertini spontanei come le bottiglie di birra come la condivisione di estetiche sonore e esistenziali.Valgono gli assunti di “distruggere le case discografiche”,come altre conversazioni che investono ironicamente/saggiamente la quotidianità spicciola.Intatta è la vitalità e l’aggregazione della indie music e della sua gente,senza tralasciare riferimenti eccellenti quali Sun Ra (“è la musica della terra”) o Iggy Pop e Patti Smith in significative interviste televisive di alcuni decenni fa.
Fra le immagini indelebili che ci accompagneranno per molto tempo,ricordiamo l’assolo di Roscoe Mitchell,lo spoken word di Saul Williams dalla spiaggia all’alba,Patti Smith che urla il suo R’n’R nigger sui titoli di coda.
di Maoz Shmulik
Israele 2009
Con Oshri Cohen,Michael Moshonov,Zohar Strass,Reymond Amsalem
L’inquadratura del mirino è l’unico canale di comunicazione fra l’esterno fatto di macerie e uomini in fuga e l’interno di un carrarmato israeliano durante la guerra in Libano del 1982.L’occhio ondeggia fra la vita e la morte,mentre gli sguardi dei quattro carristi e del loro comandante raccontano più di quanto facciano i mozziconi dei loro dialoghi serrati.Famiglie dilaniate,rogo di vestiti,immoti paesaggi campestri,stanze diroccate come fatiscenti ma protetti rifugi,sconcerto,esitazione,rifiuto,protesta,gocce che cadono nella pozza dell’abitacolo,una stessa catena per legare soldati morti e terroristi prigionieri,puzza da vomito,polveri e gas.In questo Lebanon,vincitore all’ultimo festival di Venezia,Maoz Shmulik non sembra passarci nessuna conclusione esaustiva.Attraverso sequenze fatte principalmente di primi piani e mezzi busti,con scene mai claustrofobiche nonostante lo spazio minimo del carro,il regista ci presenta persone,fatti e materiali alloggiati in una realtà durissima e disarmante.Così più che un film di guerra è soprattutto un film sugli uomini che da ogni fronte ci stanno nel mezzo.Una trama esilissima collega le loro vite e destini.
I quattro carristi,il prigioniero siriano,il falangista arabo-cristiano,il comandante sono personaggi costretti a una sopravvivenza coatta,ognuno alle prese con le proprie paure e con i propri dubbi.Per nessuno di loro la guerra è igiene del mondo,ci fa osservare Lebanon,e già nel primo terzo della pellicola è chiaro quanto non siano preparati –ne’ fisicamente ne’ psichicamente- a combatterla.la guerra e la sua follia qui ha finalmente annullato il soliti confine manicheo fra i buoni e i cattivi: lo spettatore segue da subito il regista nel non tracciarlo.Senza distinzioni alcune il martoriamento di anime,corpi e città viene provocato e subito da tutti.Allora Lebanon ci obbliga a riflettere dall’interno su ‘tutto quello che comporta ‘ la guerra nonché sulla conseguente impossibilità di salvarsi.
Una prova,questa di Maoz Shmulit,interessante per tutta la cinematografia israeliana proprio per il tentativo di presentare anche angoli di visuale inediti.Il fotogramma di una realtà con decine di implicazioni,non solo quelle governative inoltrate via media.Altrove,il documentario Depuis Tel Aviv ( di Naruna Kaplan,Francia 2009) ci offre una buona panoramica sul quotidiano davvero contraddetto e contraddittorio della vita israeliana.Non si viaggia sull’unico binario di un esasperato nazionalismo e gli abitanti in prima persona si fanno testimoni di plurime benché caotiche posizioni.Anche in questa sede si vede bene come vanno perdendosi sempre di più le ragioni della guerra,anche se la destra continua a vincere le elezioni.Non mancano certo i liceali che non vedono l’ora di entrare nell’esercito per difendere la nazione o gli ultraortodossi che si preoccupano solo della a-religiosità di Tel Aviv.Ma ci sono anche piazze piene di manifestanti che richiamano alla responsabilità per la morte di bambini sotto i missili.Si ascolta anche il grido femminista “non sparo ,non faccio figli:tradisco il mio paese.”