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elisabetta beneforti - poesia spoken word videoscript poesia spoken word videoscript poesia spoken word videoscript

Utente: aliceinwonder
maestra rock,dj letteraria,viaggiatrice squattrinata,lettore onnivoro,astronauta,indie indie indie,taccuini di appunti a portata di mano,bottiglie di vino buono nella credenza,poche ma significative le vite precedenti. SCRIVERE è ESPLORARE L'AREA DEL POSSIBILE

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We cannot break/Something that doesnt exist/Derange pas ta tendresse,/ Dont break your tenderness/is advice that comes to "me" ***J.Kerouac*** >>>>>>>>>>>>>>> testimonianza che dei doloranti/nostri anni può la vergogna/esprimere il pudore,tramandare/ l'angoscia l'allegrezza : che bisogna/essere folli per essere chiari ****P.P.Pasolini***** <<<<<<<<<<<<<<< La vieillerie poétique avait une bonne part dans mon alchimie du verbe.Je m'habituai à l'hallucination simple...puis j'expliquai mes sophismes magiques avec l'hallucination des mots! ***J.A.Rimbaud*** >>>>>>>>>>>>>>> where there were angels I saw no one.nothing.not even space.the air an ice milk.banana popsicle.white paper.time stretching like a hand that covers.gotta beat time.got a longing,for the great departure.travel.search party.safari.distant places.dialects,jungles, pagodas. desert love nest..................... ***Patti Smith*** <<<<<<<<<<<<<<<

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novembre 20 2009




       SCORIE E SCORZE


il mio amico è un precog
dice:lascia il poetabile per spiegare
mi sa avviene questo e questo sento
così è accaduto così accade e continua a farlo
le scoperte sono presenze
i ricordi sono presenze
singhiozzo singhiozzo singhiozzo
che flusso sia,tanto da quello dipende
un bene incomparabile ho capito
per tre quarti d'ora lunghi
tre quarti di dosi misurate
a sciabolate di raggi e nebbia
non c'è conchiglia uguale all'altra
e bucce di mandarini profumano sul tavolo
pellegrinaggi si danno e si tolgono
non viene immediato,capite,
incollare i cocci



novembre 19 2009

    CINEMA PERMANENTE

 

 

Mark Lewis

Firenze – Museo Marino Marini

 

 

 

I dieci corti sono proiettati nella cripta del museo.Non è un caso che il percorso cominci proprio scendendo le scale con The Pitch del 1998 : qui Mark Lewis legge una sorta di testo programmatico mentre intorno a lui persone passano,qualcuno si ferma qualcuno guarda qualcuno prosegue per i fatti suoi.Potrebbero trovarsi in una stazione o all’entrata di un centro commerciale,una location vale l’altra.Il focus è concentrato sull’artista che parla della gente,”people” nella sua accezione più quotidiana come comunità sensibile che ti passa accanto da osservare nella ricchezza dei suoi gesti.Lewis rivolge occhiate veloci  in alto alla camera fissa mentre ci racconta di come filmerebbe quella gente,di quanto lo coinvolga emotivamente e visivamente.Queste parole continuano a echeggiare giù dabbasso e saranno l’unico accompagnamento sonoro nel proseguimento della mostra – ‘antologia’ della produzione che va dal 1998 al 2008.

 

Caratteri irrinunciabili delle opere di Mark Lewis sono la totale assenza del sonoro,la durata che non supera mai i cinque minuti,la strutturazione e funzionalità.Manca una trama qualsivoglia e la composizione si gioca tutta su piani sequenza girati in successione,dunque senza montaggio di nessun tipo.In Downtown tilt,zoom and pan (2005) la prima inquadratura raffigura un lembo di pozzanghera con rifiuti abbandonati.Poi il campo si allarga fino a comprendere l’intero panorama di aggregati periferici.Ciminiere,un treno che passa,un’auto parcheggiata con uomo immobile,sterpaglie,fabbriche.L’immagine che abbiamo davanti è fissa con un movimento interno appena percettibile,l’immagine diventa una scioccante natura morta post moderna.Con Children’s games,heygate estate (2002) Lewis ci trasporta lungo un percorso pedonale all’interno di un villaggio residenziale,incrociando o sfiorando ragazzetti intenti nei loro giochi per lo più sportivi. Qui le immagini semplicemente si lasciano scorrere,non ci sono stacchi ne’ momenti più importanti di altri.

 

Accade poco o niente in queste opere,se ci si aspetta lo sviluppo di una storia.Eppure guardiamo e riguardiamo semplicemente catturati dall’immagine pura colta nel suo manifestarsi.Ciò che conta alla fine è lo sguardo,l’abitudine e l’educazione allo sguardo. Quale termine sarà il più appropriato per definire questi lavori : videoarte,cortometraggi o quadri? Di fronte ad alcuni ci si sente proprio come davanti a un quadro,o per meglio capire diciamo che l’artista sembra spingersi su quel terreno dove il confine fra cinema e pittura salta.quel punto in cui le due arti si incontrano e combaciano.

 

Prima di mettersi dietro a una cinepresa Mark Lewis ha flirtato a lungo con la fotografia.Sin dai primi lavori nei primi anni ’90 è stato chiaro che il suo approccio era più da regista che da videomaker.Lo testimoniano tecniche scelte e modus operandi (pellicola 35 mm,troupe al seguito),ma anche i rimandi in sede estetica al cinema dei Lumiere – sul catalogo che accompagna la mostra si legga il suo fondamentale intervento su tradizione e contemporaneità.Le inquadrature della nostra civiltà che Lewis ci propone sono campi visivi che sì ci fanno pensare tangibilmente pensare a comuni scenari in cui stiamo immersi,ma anche permettono allo sguardo di rinnovarsi continuamente.Noi spettatori così abituati a percepire spazi e persone attraverso frastuoni o melodie esagerate,qui invece ci troviamo di fronte alla semplice realtà letta con occhio nudo senza nessun effetto accessorio.Tanto straniante da far recuperare d’un botto la vista come senso.Fate transitare ancora lo sguardo in Rush hour,morning and evening,cheapside (2005).Accomodatevi per la lecture di Mark Lewis il prossimo 25 novembre negli stessi spazi museali.

  

 

postato da: aliceinwonder alle ore 15:32 | link | commenti
sezioni: taccuini mon amour, lunch review
novembre 17 2009




                   BRUMA PER CASTAGNE SECCHE


date sul muro per favore volate via
strafottenti coincidenze mai innocenti
fragili fragili non avete il permesso
dentro risvegli penosi cercando un senso
riparte la corrente solo dopo un po'
la corrente magia in uscita libera
per appassionarsi non c'è grido che tenga
sto popolando i pomeriggi di vedute
in forma di pellicole o quadri
sto ingannando il capitano del sonno
le proiezioni mie e sue
l'osso sacro è intatto
nebulose stanno dentro galassie
stanno in foto striate di rosa
di biancastro
accecante



novembre 13 2009

               ESTINTI TUONI E LAMPI SPEZZATI

 

 

Marc Chagall e il Mediterraneo

Pisa,Palazzo Blu

Olio,sculture,ceramiche,litografie

 

Le tele che qui vediamo sono scandite da piccioni,rane,volpi,cicogne,pesci,sirene,fidanzati e fiori,orologi che volano,mucche,galli,cavalli,clowns,arlecchini,violinisti sul tetto.E poi blu,giallo,rosso,verde concreti e matrici che riempiono tutte le figure,quelle care figuretrattate in quanto forme – forme sonore,come i suoni- forme ardenti.”

 

Moshe Segall,aka Marc Chagall,scopre il Mediterraneo e i suoi materiali visivi nei primi anni ’20 viaggiando nel sud della Francia.Quei paesaggi lo commuoveranno e ispireranno per molti anni a seguire.Volta per volta i colori della Provenza,il mito della Grecia, la spiritualità della Terra Santa rappresentano l’ispirazione irrinunciabile come pure i capillari sottopelle che collegano le altre città dell’artista in Europa e altrove.Tramite il Mediterraneo,dunque, il suo immaginario si alimenta di nuove vedute e di nuove visioni :  quei temi indelebili già della Russia bianca da cui è partito scivolano adesso in una luminosità nuova e si arricchiscono di stupore e vitalità.Azzurro,azzurro,soleggiato contrasto di profili.E’ fascinazione allo stato puro,amorevole e predestinata corrispondenza come segno tangibile di un intero percorso.E come tutte le vere fascinazioni non ha paura di avventurarsi,perché sente che comunque non ha niente da perdere.

 

 

Forse la mia è un’arte insensata,un mercurio cangiante,un’anima azzurra che precipita sopra i miei quadri.Tutti i problemi – volume,prospettiva,Cézanne,la scultura africana- sono al nuovo sul tappeto.Dove andiamo?Cosa è mai quest’epoca che divinizza il formalismo?Sia benvenuta la nostra follia! Non chiamatemi lunatico! Al contrario,sono realista.Amo la terra.”

 

 

 

Marc Chagall è e rimane l’eterno vagabondo in spazi fantastici,nella ri-lettura onirica di fatti e situazioni.Gli elementi sulla tela si dispongono e si armonizzano senza seguire scansioni logico-temporali,pur conservando un loro significato preciso e circostanziato.Non è mai una storia a essere raccontata quanto la sua visione.Più frammenti di sogno per racchiudere un sentimento e urlarlo forte.E proprio da qui che nasce la fascinazione in noi ‘visitatori’ dei suoi quadri,come se Chagall potesse prenderci per mano e farci attraversare quel blu oltremare o farci incontrare da vicino le sue figure floating in the space.Non sono da meno le opere degli ultimi anni,vale a dire quei collages e tecniche miste composte a Saint Paul de Vence – suo definitivo approdo esistenziale e geografico.Il filo rosso che collega tutta la sua produzione sono i fiori.Mazzi di fiori galleggianti,’battaglie di fiori’,fiori abbozzati,fiori predominanti sugli altri elementi,fiori nei vasi,fiori da dipingere nello studio lasciato in bianco e nero….

 

 

“ si può riflettere e pensare a lungo sul senso dei fiori,ma per me sono la Vita stessa nella sua smagliante felicità.non è possibile fare a meno dei fiori.I fiori possono fare dimenticare un momento drammatico,ma possono anche rievocarlo.”









 

 

 

 

 

            



postato da: aliceinwonder alle ore 14:57 | link | commenti
sezioni: miscellanea, lost, taccuini mon amour, lunch review
novembre 11 2009





   AUTUNNO,SALUTO,AMORE


scintille mi portano altrove
pacchi ordinari mi riportano cose
ho trovato pupazzi,sagome in legno
toccato arrossato,raccolte di filosofia
di racconti e non hanno colpa
i graffi sono destinati a sbiadirsi
fino alla coda e lanugine commossa
ora che stelle hanno sballato
per noi come cristallo povero in pezzi
che sia abbastanza bene
con una sorta di romanza lo dico
insapore giù fino alla gola
svuotati posti e tasche che triste
quanto posso quanto possiamo lasciare
non è strano dopotutto
stallo come terra di passaggio.
mandolini.spumante.








novembre 9 2009

WE DON’T CARE ABOUT MUSIC ANYWAY…….

 

 

Di Cédric Dupire e Gaspar Kuentz

Con Yoshihide Otomo,Hiromici Sakamoto,Fuyuki Yamakawa,Ken Takehisa,Tomolo Shimazaki

Francia 2009,Digibeta,80’

 

 

Incontro Cédric Dupire fuori dal cinema Odeon durante l’ultima edizione del Festival dei popoli.Cominciamo a parlare del suo lungometraggio (co-diretto con Gaspar Kuentz) nella sezione “stile libero” : il bellissimo We don’t care about music anyway… che esplora l’universo della noise music attraverso interviste a musicisti giapponesi (Yoshihide Otomo,qui presenza magistrale) e immagini dalla Tokyo odierna.

 

Gli spiego subito quanto, per una come me che non frequenta tali territori sonori, la sua pellicola sia stata lo straordinario vettore per comprendere origine e implicazioni di quelle dissonanze.I musicisti in realtà non raccontano un assunto o un’idea portante,ma semplicemente dicono come e perché sono arrivati a determinate soluzioni – scordatura di accordi, violoncello ‘maltrattato’ su infissi e pavimento,samples straziati e decostruiti.A questo intrecciano,come influenza e ispirazione,ricordi di infanzia o rimandi al conformismo della società giapponese. Le parole vengono alternate con vedute di una Tokyo apocalittica anche nella sua quotidianità più banale,tanto da completare il quadro d’insieme di una ricerca che affonda continuamente le sue radici in quei paesaggi,in quelle architetture.

Il contesto è estremamente significativo,imprescindibile sia come matrice sia come eventuale contrappunto (come la performance sulla spiaggia) : lo descrivono bene anche le scene in bianco e nero con i musicisti intorno a un tavolo che confrontano progetti e i live anch’essi documentati nel film. La colonna sonora è letteralmente sparata a volume altissimo proprio per non perdere il fastidio che il noise trasmette e il dolby surround è un must per la proiezione.Così più che un film sulla musica,We don’t care about music anyway…. è un film sul suono e la sua percezione.

 

 

Cédric mi dice che queste non sono neanche le sue sonorità,lui che ascolta free jazz e che ha alle spalle documentari su musiche popolari indiane e africane. Eppure è rimasto attratto e coinvolto dalla scena noise di Tokyo fino a realizzare il lungometraggio – e qui ricorda come location e cultura del Giappone abbiano come calamitato più di un occidentale,l’accenno a Zorn è doveroso.Per me rimane interessante come vari registi francesi documentino percorsi musicali che non appartengono al loro contesto d’origine.Immancabile il collegamento a La corde perdue di Anais Prosaic sulla musica di Marc Ribot,sul suo modo di sentire e di vedere.Allora dalle scenografie post-industriali e mai glamour di Tokyo noise,passiamo a parlare di altri territori musicali.Altre tracce sonore che tout court hanno il compito di narrare i luoghi della contemporaneità. We care about a certain music,anyway….



postato da: aliceinwonder alle ore 15:06 | link | commenti
sezioni: taccuini mon amour, lunch review
novembre 6 2009



LAPISLAZZULI E FOGLIE DI PLATANO

sono le tracce che lascio o non lascio
ormai è l'appuntamento lo è
dunque abito questi spazi al buio pesto
senza occhiali a tastoni e non avanza niente
le maglie accavallate sullo schienale
perché mai intristirsi facile
dialoghi sentimentali circolano un soffio
bevute spensierate sono praticate almeno
è il viaggio di quanto eventuale può accadere
non dimenticarlo per nessuna ragione al mondo
i rumorini sono come ranocchi che appaiono
e scompaiono quando provi a avvicinarti
se ho sbagliato forse fa niente
è curioso che i fili si allacciano
da vari angoli insospettabili furiosamente
conti alla rovescia stanno sciogliendo i rotoli
e dovrei finire
le mani sporche di marmellata


novembre 5 2009

ALL TOMORROW’S PARTIES!!!

 

 

Di Jonathan Caouette

Gran Bretagna,2009,Digibeta,82’

 

 

Dal 1999 nei campi di villeggiatura britannici a Camber Sands  e a Minehead  si svolge ogni anno un festival di post-rock,avant-garde e underground-hip hop.Prende il nome dalla celeberrima canzone dei Velvet Underground e richiama il popolo della musica altra,quella che si muove sul tracciato della sperimentazione e del lo-fi.Come vuole lo spirito stesso di questa scena,non c’è nessun comitato organizzatore ma la line up viene decisa unicamente dagli artisti che ad ogni edizione  ne sono i curatori.Pensate ai Portishead o a Belle and Sebastian o a Thurston Moore e potete immaginare subito alla scaletta delle band che si alternano sul palco e  in altri spazi dintorno.Esce quest’anno l’omonimo All tomorrow’s parties ,che del festival musicale è un imperdibile  quanto appassionato documento.Usciti dal cinema sarà difficile fermare certi fotogrammi a scorrerci ancora davanti agli occhi o molti riff che li hanno animati.

 

 

Jonathan Caouette ha realizzato questo lungometraggio raccogliendo e montando riprese  compiute in super8,con quelle da videocamere e telefonini : l’eterogeneità delle immagini finisce per consegnarci tutta l’anima del genere musicale nelle sue impurità alla fine eccellenti.Il montaggio finale,fatto di passaggi velocissimi e dissonanti con la complicità dello split screen,non concede giustamente respiro e completa il film descrizione-testimonianza.Sì perché All tomorrow’s parties racconta  di un vero e autentico raduno musicale dove le locations per suonare nascono e si moltiplicano,transitando dal palco ufficiale per arrivare negli alloggi e nei cortili davanti a essi.Si sprecano i concertini spontanei come le bottiglie di birra come la condivisione di estetiche sonore e esistenziali.Valgono gli assunti di “distruggere le case discografiche”,come altre conversazioni che investono ironicamente/saggiamente la quotidianità spicciola.Intatta è la vitalità e l’aggregazione della indie music e della sua gente,senza tralasciare riferimenti eccellenti quali Sun Ra (“è la musica della terra”) o Iggy Pop e Patti Smith in significative interviste televisive di alcuni decenni fa.

 

 

Fra le immagini indelebili che ci accompagneranno per molto tempo,ricordiamo l’assolo di Roscoe Mitchell,lo spoken word di Saul Williams dalla spiaggia all’alba,Patti Smith che urla il suo R’n’R nigger sui titoli di coda.

 

 

 

 

 

 



postato da: aliceinwonder alle ore 16:07 | link | commenti
sezioni: taccuini mon amour
novembre 3 2009

UN CAMPO DI GIRASOLI,SOLO UN CAMPO DI GIRASOLI

UN CAMPO DI GIRASOLI,SOLO UN CAMPO DI GIRASOLI





Lebanon

di Maoz Shmulik

Israele 2009

Con Oshri Cohen,Michael Moshonov,Zohar Strass,Reymond Amsalem

 

 

L’inquadratura del mirino è l’unico canale di comunicazione fra l’esterno fatto di macerie e uomini in fuga e l’interno di un carrarmato israeliano durante la guerra in Libano del 1982.L’occhio ondeggia fra la vita e la morte,mentre gli sguardi dei quattro carristi e del loro comandante raccontano più di quanto facciano i mozziconi dei loro dialoghi serrati.Famiglie dilaniate,rogo di vestiti,immoti paesaggi campestri,stanze diroccate come fatiscenti ma protetti rifugi,sconcerto,esitazione,rifiuto,protesta,gocce che cadono nella pozza dell’abitacolo,una stessa catena per legare soldati morti e terroristi prigionieri,puzza da vomito,polveri e gas.In questo Lebanon,vincitore all’ultimo festival di Venezia,Maoz Shmulik non sembra passarci nessuna conclusione esaustiva.Attraverso sequenze fatte principalmente di primi piani e mezzi busti,con scene mai claustrofobiche nonostante lo spazio minimo del carro,il regista ci presenta persone,fatti e materiali alloggiati in una realtà durissima e disarmante.Così più che un film di guerra è soprattutto un film sugli uomini che da ogni fronte ci stanno nel mezzo.Una trama esilissima collega le loro vite e destini.

 

I quattro carristi,il prigioniero siriano,il falangista arabo-cristiano,il comandante sono personaggi costretti a una sopravvivenza coatta,ognuno alle prese con le proprie paure e con i propri dubbi.Per nessuno di loro la guerra è igiene del mondo,ci fa osservare Lebanon,e già nel primo terzo della pellicola è chiaro quanto non siano preparati –ne’ fisicamente ne’ psichicamente- a combatterla.la guerra e la sua follia qui ha finalmente annullato il soliti confine manicheo fra i buoni e i cattivi: lo spettatore segue da subito il regista nel non tracciarlo.Senza distinzioni alcune il martoriamento di anime,corpi e città viene provocato e subito da tutti.Allora Lebanon ci obbliga a riflettere dall’interno su ‘tutto quello che comporta ‘ la guerra nonché sulla conseguente impossibilità di salvarsi.

 

Una prova,questa di Maoz Shmulit,interessante per tutta la cinematografia israeliana proprio per il tentativo di presentare anche angoli di visuale inediti.Il fotogramma di una realtà con decine di implicazioni,non solo quelle governative inoltrate via media.Altrove,il documentario Depuis Tel Aviv ( di Naruna Kaplan,Francia 2009) ci offre una buona panoramica sul quotidiano davvero contraddetto e contraddittorio della vita israeliana.Non si viaggia sull’unico binario di un esasperato nazionalismo e gli abitanti in prima persona si fanno testimoni di plurime benché caotiche posizioni.Anche in questa sede si vede bene come vanno perdendosi sempre di più le ragioni della guerra,anche se la destra continua a vincere le elezioni.Non mancano certo i liceali che non vedono l’ora di entrare nell’esercito per difendere la nazione o gli ultraortodossi che si preoccupano solo della a-religiosità di Tel Aviv.Ma ci sono anche piazze piene di manifestanti che richiamano alla responsabilità per la morte di bambini sotto i missili.Si ascolta anche il grido femminista “non sparo ,non faccio figli:tradisco il mio paese.”



postato da: aliceinwonder alle ore 15:52 | link | commenti
sezioni: taccuini mon amour
ottobre 29 2009




la luna è un danzatore




la città è sminuzzata ci credi o no
fa perdere le sue tracce e scivola
illuminata a giorno sembra per così poco
una volta solo una volta nel ciclo
dopo la giravolta combaciano i piani
a toccare la fronte
così tante volte siamo abituati
suicidio delle idee o rinascita
si lasciano cullare un isolato più là
dove l'individuo cammina
dialogato chiaro e saldissimo
questa palla bianca rimane in scena
si è inchinata ha fatto i suoi salti
in punta di piedi sussurrando
ogni nuovo avvio a braccia aperte
inverno le cinque pomeridiane
la stracciatura del nero
la sua conquista sopra






postato da: aliceinwonder alle ore 14:48 | link | commenti
sezioni: miscellanea, lost, good vibrations, moving, glitter 2007